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Salento da mafia

luglio 10, 2014 da redazione

Il procuratore della Repubblica Cataldo Motta (foto di Paolo De Blasi)
Il procuratore della Cataldo Motta (foto di Paolo De Blasi)
Il procuratore della Cataldo Motta durante l'intervista (foto di Paolo De Blasi)

 

Le estorsioni, il traffico di droga, il riciclaggio di denaro sporco in attività legali, la ricerca del consenso sociale. Con il Procuratore della Repubblica Cataldo Motta parliamo della Sacra Corona Unita, della sua evoluzione, delle nuove strategie di controllo del territorio e della grande pericolosità sociale. Che troppo spesso facciamo finta di non vedere.

Giudice Motta, esattamente dieci anni fa “l’alambicco” la intervistò per la prima volta per parlare di mafia nel Salento. In quell’occasione, lei citò una frase di don Luigi Ciotti: “il tacere produce omertà”. È cambiato qualcosa dal 2004?
Si è modificata la reazione da parte della gente, nel senso che c’è una sorta di acquiescenza, in alcuni casi anche di condivisione rispetto al fenomeno malavitoso. In una prima fase, noi magistrati e forze di polizia abbiamo avvertito un senso di rigetto della gente rispetto all’organizzazione mafiosa. Con gli anni, questa sensazione s’è affievolita sempre più. è subentrato una sorta di disinteresse, quasi di accettazione. Al Sud è sempre più difficile rispettare le regole e non accettare quelle mafiose, è proprio un fatto di mentalità. Ed è proprio questa componente, insieme al fatto che si tratta di regioni economicamente arretrate, a far prosperare le organizzazioni mafiose. Dopo di che, strategicamente, l’organizzazione ha cercato il consenso sociale, e in buona parte lo ha avuto.

Da quali segnali vi siete accorti che in qualche modo stava cambiando la percezione di questi fenomeni?
Penna, un collaboratore di giustizia con un passato ventennale nella Sacra Corona Unita ad un livello particolarmente elevato, conoscitore profondo dell’ambiente, ci ha detto che la gente adesso sta dalla loro parte. Noi questa brutta sensazione l’avevamo avuta nel febbraio 2010 a Mesagne, epicentro della frangia più pericolosa della SCU, con a capo Vitale e Pasimeni. In quella notte di febbraio del 2010, quando la polizia si recò in una piazza del centro storico di Mesagne dove abitavano Pasimeni e la moglie, per arrestarli con l’accusa di estorsione aggravata dalle modalità mafiose, trovarono tutta la gente in strada. Alle tre di notte. Tutte quelle persone non erano lì per solidarietà con la polizia, bensì per far sentire la loro vicinanza ai due boss: “tornate presto”, “vi vogliamo bene”, “non vi preoccupate, al cagnolino e alle piante ci pensiamo noi”. Ebbi subito la certezza che eravamo davanti a una nuova fase delle mafia salentina, quella che io chiamo la “stagione dei fuochi d’artificio”.

La stagione dei fuochi di artificio? Perché?
Viene scarcerato uno dei Pellegrino a Squinzano e si fanno i fuochi d’artificio per accoglierlo. Transita dal carcere di Lecce un boss di un certo rilievo, gli si vuol far capire che la sua venuta a Lecce è ben accetta, e si fanno i fuochi d’artificio davanti al carcere. E lo stesso avviene in altre realtà criminali, ormai è diventata una consuetudine. Il che, ovviamente, non è per nulla piacevole.

Nella relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia, pubblicata lo scorso gennaio, si afferma che la SCU ha cambiato strategia: meno azioni clamorose e più affari sul territorio.
Nel periodo 1991-92, c’era una bomba un giorno sì e l’altro no. Adesso, sostanzialmente, non c’è più nulla. Le organizzazioni serie hanno interesse a controllare il territorio in modo che non accada nulla, perché questo clima è rassicurante: la gente non solo non vede, ma quel poco che vede è una associazione trasformatasi in ente benefattore. Penna ci ha ricordato che loro, i mafiosi, vanno incontro alle esigenze della gente. Le richieste di denaro, 100-200 euro, sono erogate a fondo perduto. Il posto di lavoro? Cercano di procurarlo nelle loro aziende, oppure di imporlo ad altri come guardianìa. I lidi, per esempio, di loro iniziativa si sono rivolti alle agenzie di sicurezza gestite notoriamente da ambienti criminali. Tutto questo non lascia certo tranquilli.
In questo filone si colloca la partecipazione alle compagini sociali che gestiscono le squadre di calcio, o l’inserimento tra gli steward di gente condannata per associazione mafiosa. L’esigenza è chiara: queste società svolgono sostanzialmente un’attività commerciale e, quindi, possono essere ben utilizzate per attività di riciclaggio. L’impresa mafiosa ha sempre una grossa liquidità di denaro, e questo, specialmente nei momenti di crisi, comporta ciò che definisco un “vantaggio differenziale indebito” a favore dell’azienda. Se questa azienda, oltre a riciclare denaro, gestisce anche una squadra di calcio, avrà un ritorno sociale dovuto al fatto che con investimenti maggiori quella squadra andrà meglio delle altre, potrà comprare giocatori migliori, potrà passare dall’Eccellenza alla serie superiore e via dicendo. Questo creerà consenso e darà vita all’integrazione tra attività di riciclaggio del denaro e consenso sociale. E poi, oltre alla ricerca del consenso, c'è il denaro che continua ad arrivare: continuano tranquillamente il traffico di stupefacenti e le estorsioni.

Sembra essere cambiato anche il rapporto con l’imprenditoria.
Sempre Penna ci ha detto anche che, in molti casi, la SCU non ha più bisogno di chiedere il pizzo: il commerciante, il gioielliere, l’imprenditore a fine anno regalano spontaneamente il Rolex al boss o la fedina di brillanti alla sua donna. Dal punto di vista giuridico è grave perché fa venir meno l’essenza stessa del reato: non c’é richiesta, non c’è minaccia, si potrebbe dire che è una sorta di “estorsione ambientale”. Ma è ancor più grave perché significa che viene meno il rifiuto sociale. Tra l’altro, complice forse la crisi, c’è stata una svolta all’insegna del “pagate meno, pagate tutti”. Un ristoratore mi diceva l’altro giorno che ha avuto una richiesta di 50 euro. Lui mi diceva: “io non glieli do, ma chissà quanta altra gente, pur di toglierseli davanti, glieli darà. 50 euro nell’economia di un locale che tira, che sono?”.
Siamo di fronte a criminali molto intelligenti, che si sono resi conto che in questo modo creano minore allarme, la gente paga in silenzio e nessuno denuncia.

È significativo che siano diminuite le denunce per usura ed estorsione a fronte di un aumento dei casi per questi reati.
Le denunce per usura ed estorsione sono pressoché sparite. Pensi che per usura mafiosa, che è l’usura seria, gestita a livello di organizzazione criminale, nelle tre province di Lecce, Brindisi e Taranto abbiamo avuto nell’intero anno giudiziario tre denunce, una per provincia. È una cosa incredibile, no? L’aspetto paradossale è che tutti i casi più grossi nei quali ci siamo occupati di usura, sono emersi per caso, attraverso attività di intercettazione telefonica mirata ad altro. Delle volte sulle persone offese, ma la maggior parte delle volte su indagati per altri reati. Lo stesso discorso vale per le estorsioni. Se, come le dicevo, c’è questa inversione di iniziativa del commerciante, di quale estorsione parliamo?

Sempre nella relazione della DNA si parla di una inversione di tendenza nei rapporti tra SCU e il mondo della politica. Oggi sono i politici che si rivolgono all’organizzazione per avere dei favori. A fronte di questo, però, non si hanno notizie di indagini, processi, arresti...
Non ci sono perché il reato di voto di scambio è molto difficile da provare, soprattutto in situazioni come quelle viste per i commercianti e gli imprenditori, in cui non c’è richiesta estorsiva ma la dazione è spontanea.

Dopo la stagione dei maxi-processi, come si è riorganizzata la SCU?
La ricerca del consenso da parte della gente, ha portato la SCU a modificare il proprio Dna. L’organizzazione è cambiata radicalmente, non è più verticistica come ai tempi di Rogoli e Buccarella, anche se risente molto dell’impostazione iniziale. Oggi è in atto una sorta di successione: siamo alla seconda generazione, e in un caso alla terza. Proprio Buccarella, per esempio, sta passando la mano al figlio Angelo, arrestato di recente. Così come sulla scena è anche comparso il figlio di Giannelli, Marco, personaggio di grosso spessore, vicino ai Tornese, della zona di Parabita e Matino. È da qualche tempo sulla scena il figlio di Tornese, Mariolino. Questi tre “rampolli” continuano la tradizione di famiglia e hanno capito che è necessario... come dire... infiltrarsi anche tra di noi. Perché non far fare un concorso in magistratura? un esame di avvocato? Sta avvenendo questo. Personalmente non credo che sia soltanto una scelta locale, salentina, ma che sia un fenomeno diffuso in altre realtà di criminalità organizzata. Inutile sottolineare come questa dinamica potrebbe rappresentare un problema enorme per la lotta alla mafia in genere.

Parlando di prospettiva, lei incontra spesso le scuole, gli studenti, i cittadini di domani.
Ai ragazzi delle scuole ripeto sempre che la situazione diventerà molto più grave se manca il rispetto delle regole. Se cominciamo a non rispettarle, se abbassiamo il livello della soglia di legalità, il rischio di una trasformazione delle regole c’é. Se c‘é una accettazione diffusa della regola mafiosa o, se vogliamo, c’é un rifiuto diffuso della regola legale, il rischio è che domani si imponga quella mafiosa e che venga trasformata, secondo il meccanismo di una democrazia rappresentativa, in regola “legale”. Può sembrare una preoccupazione eccessiva, una prospettiva non a breve termine, ma, al di là del mio maledetto pessimismo, temo che possa realmente accadere.
C’è un aneddoto che racconto sempre negli incontri. A metà degli anni novanta era molto diffuso a Monteroni il fenomeno dei “cavalli di ritorno”: ti rubavano la macchina e poi te la restituivano dietro pagamento di denaro. I carabinieri avevano avuto una buona dritta sulla cabina telefonica dalla quale telefonavano. La mettemmo sotto controllo, anche visivo, e dopo quaranta giorni di intercettazione (tanti quanti previsti per legge per fatti di criminalità organizzata) ci furono altrettanti episodi di cavallo di ritorno, uno al giorno. Un fenomeno così comune che le conversazioni tra il derubato e il ladro-estortore, sembravano in tutto e per tutto normali trattative commerciali tra un venditore che fissa il prezzo e un acquirente che tenta di trattare per uno sconto. Ricordo una signora, alla quale avevano rubato una vecchia Panda, che dimostrava perplessità... Diceva: “Io sono pronta a darvi le 500mila lire, ma poi chi mi assicura che voi mi restituite la macchina?”. E il mafioso: “Signora, noi siamo un’organizzazione seria. Se lei paga, ha il diritto ad avere in restituzione la macchina”. È un episodio che fa ridere ma che in realtà è significativo di un’inversione del valore della regola: è paradossale che chi era in clamorosa violazione del diritto richiamasse il diritto. Quel diritto domani potrebbe essere un diritto diverso, lo storto di oggi potrebbe diventare il diritto di domani.
Devo dire che in questo i ragazzi sono stati sempre molto ricettivi, ascoltano e comprendono la gravità di questo rischio.
Mi emoziona molto il ricordo di quella mattina del maggio di due anni fa, quando a Brindisi ci fu l’attentato alla scuola Morvillo – Falcone.. Erano impazziti tutti: i genitori avevano mandato a prendere tutti i ragazzi da scuola perché non volevano rimanessero lì, molti volevano chiudere le scuole, anche a tempo indeterminato. Bene, di fronte a tutto questo, la risposta migliore è venuta dai ragazzi stessi: il pomeriggio del giorno dopo, una domenica, decisero di ritrovarsi tutti a scuola. Avevano rioccupato il loro territorio. È stata una lezione enorme di come dovrebbe essere il rapporto tra legalità e territorio.
La gente è abituata a dire “il territorio non è controllato, non ci sono le forze di polizia” come se i luoghi della vita non appartengano a ciascun cittadino, ma fossero appannaggio delle forze di polizia e basta. Non è così! Il controllo delle forze di polizia è sì, purtroppo, indispensabile ma il territorio è di ciascuno, è nostro.
Sono sempre molto contento dei risultati della “pulizia” che si è fatta a Lecce. Ne soffrono i residenti del centro storico, che non riescono a dormire, ma quella movida così ricca e così movimentata di giovani è la conseguenza di una riappropriazione di territorio. Voi forse non ricorderete, ma vent’anni fa non si poteva girare per il centro storico di Lecce. Ripeto: i residenti non saranno contenti, tuttavia è importante per il rapporto che la gente riesce ad avere nuovamente con un luogo che deve imparare a riconoscere come suo.
Nel vostro paese, a San Cesario, recentemente c’è stato un omicidio in piazza per il quale è stato arrestato Lorenzo Arseni, che è responsabile del paese per conto del clan. Lì, per esempio, nessuno aveva parlato. Una sparatoria in piazza con la piazza piena di gente e nessuno aveva detto niente se non due ragazzi. I primi ad aiutarci sono stati due diciassettenni. Lo racconto sempre questo episodio perché è rappresentativo del ruolo che deve avere il nuovo cittadino.

A proposito di San Cesario. Dal suo punto di osservazione, come si colloca il nostro paese nella mappa criminale salentina?
San Cesario era ed è tuttora area di influenza “tornesiana”, non solo perché siete vicini a Monteroni, ma perché quello è il bacino tradizionale, storico, del clan Tornese. San Cesario non desta preoccupazione. Siamo molto più preoccupati di realtà come Squinzano o Monteroni. Storicamente San Cesario è stata una sorta di ruota di scorta, sebbene molto prossima, del clan. Ci sono comunque stati degli episodi sintomatici, penso alle auto bruciate, ma non sono preoccupanti.

Affrontare i temi legati alla criminalità mafiosa e alla Sacra Corona Unita nel Salento è molto difficile, sembra quasi che, parlandone, si danneggi tutto il territorio impegnato invece ad esportare la sua immagine di bellezza turistica.
È esattamente quello che si diceva all’inizio degli anni ‘80 e sono le cause per le quali ci fu un intervento ritardato. Quando la polizia diceva “guardate che c’é qualcosa che non va, qualcosa sta cambiando” la risposta dei politici in senso lato era “non si deve parlare di queste cose”, perché se si parla di queste cose si danneggia l’immagine turistica del Salento, il mare nostrum, “lu sule, lu mare, lu ientu”. Come se il danno fosse all’immagine e non sostanziale, come se fosse il parlarne e non il fenomeno stesso a danneggiare non solo l’immagine ma la sostanza del nostro territorio. Questo fu il motivo per il quale il contrasto partì in ritardo. Nei primissimi anni ottanta perdemmo tempo prezioso a rimpallarci la palla, e quelli invece si avviavano ad organizzarsi. D’altronde il nostro primo processo fu nel 1988 e l’associazione era nata nel 1983. Paradossalmente poi il ritardo ci fece gioco, perché l’associazione era più strutturata e fu più facile colpirla.

In questi anni il Salento ha vissuto un vero e proprio boom turistico, che ha portato alla nascita di numerose nuove imprese e strutture. Quanto di questa ricchezza ha origine da capitali della Sacra Corona Unita?
È molto difficile da dire, un po’ come dire quale è il fatturato della mafia. Però credo che buona parte della ricchezza sia di origine malavitosa, anche perché altrimenti non si capisce come, in alcuni casi, ci sia tanta disponibilità di denaro per investimenti importanti, a fronte di un territorio storicamente non ricco.

Per concludere, una domanda personale: più volte in passato il suo nome è stato in predicato di promozioni importanti, poi sfumate, a livello nazionale. Dopo una vita di indagini, è stanco di stare in trincea?
Assolutamente no. Sto bene qui a Lecce e non mi pesa quello che faccio. Anzi, mi dispiacerebbe se mi mandassero in pensione a 70 anni (l’anno prossimo, ndr). Molti mi chiedono come faccio a stare sempre immerso nelle indagini, a leggere migliaia di fascicoli, sempre chiuso in ufficio. Semplicemente: mi piace il mio lavoro.

Gianni Nobile
gianni@alambicco.com

 

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Per approfondire:
leggi la Relazione 2014 della Direzione Nazionale Antimafia relativa alla Corte d'Appello di Lecce (vedi allegato)

AllegatoDimensione
Relazione_Annuale_DNA_2013_lecce.pdf467.94 KB