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Non si sevizia un paperino

dicembre 14, 2014 da redazione

Non si sevizia un paperino

Dal genio di Lucio Fulci, un capolavoro del cinema di genere diventuto un cult che ha cambiato per sempre  il giallo-thriller italiano

Trama. In un minuscolo paesino del profondo sud vengono uccisi alcuni bambini senza apparente motivo.

Lucio Fulci. Visionario, provocatore, anarchico, estremista, "terrorista dei generi". Celebrato in Francia, prima deriso e poi dimenticato in Italia, salvo poi essere in parte rivalutato dopo la morte, Lucio Fulci è uno dei più rappresentativi registi del cinema di genere italiano, capace come pochi, grazie alla sua grande tecnica, di confezionare film con budget ridicoli. Ha attraversato praticamente tutti i filoni cinematografici italiani; dalla commedia con Franchi e Ingrassia ai musicarelli con Celentano, lo spaghetti-western, il giallo, sino ai minuscoli capolavori horror che hanno segnato la parte finale della carriera. 

Non si sevizia un paperino. Siamo agli inizi degli anni ’70, lo spaghetti-western è al tramonto e il poliziottesco sta iniziando a muovere i primi passi. In Italia il genere più in voga del momento è il giallo-trhiller, gli elementi caratteristici di questo filone sono le belle donne, le auto lussuose, famiglie borghesi, atmosfere sexy, killer in guanti neri e armati di rasoio, ambientazione in grandi città europee fredde e fumose (quest’ultima ha lo scopo di rendere vendibile il prodotto all’estero), poi però irrompe Lucio Fulci, che, come nel suo stile, cambia radicalmente le carte in tavola e con il suo “paperino” decreta la morte del genere giallo-trhiller (anche da qui la definizione di “terrorista dei generi”). Fulci confeziona un film malsano, angosciante, dalle atmosfere soffocanti. Donne trasandate, quasi esclusivamente vestite di nero come nella migliore tradizione meridionale dell’epoca, ambientazione in uno sperduto paesino del sud Italia (Accendura), carabinieri disincantati e sudaticci, prostitute brutte e grasse, bambini repressi da genitori e preti, ignoranza, superstizione, violenza feroce. Fulci sradica totalmente le solide radici sulle quali si basa il giallo italiano e godendo di una certa libertà narrativa (i produttori erano al loro primo film) piazza bombe ad ogni inquadratura, dando sfogo a tematiche tabù per l’epoca e soprattutto per il cinema di genere: la sessualità adolescenziale, la repressione ecclesiastica, la violenza verso il "diverso".

Censura. All’uscita nei cinema del film (prima visione il 29 settembre 1972 al cinema Fiamma di Roma), il produttore, Fulci e la Bouchet finiscono in un aula di tribunale accusati di aver utilizzato un bambino in scene sexy. La sequenza incriminata è quella dove Barbara Bouchet appare completamente nuda insieme ad un bambino inquadrato di spalle. Fulci si difese spiegando che per quella scena invece del bambino protagonista aveva utilizzato un nano. Assolti. Nonostante il divieto ai minori di 18 anni, la censura chiese un taglio di cinque metri. Nulla in confronto allo stupro subito dalla pellicola in seguito. Per ottenere un divieto ai minori di 14 anni e consentire il passaggio televisivo notturno, Mediaset (che detiene i diritti) o una qualche commissione di censura ha effettuato un taglio di ben 473 metri! Uno scempio inenarrabile. Tra le parti “tagliate” spiccano diversi fotogrammi del finale e sopratutto la migliore sequenza del film, cioè il feroce pestaggio che Florinda Bolkan subisce ad opera di alcuni genitori dei bambini del paese, massacro che avviene con in sottofondo “Quei giorni insieme a te” cantata da Ornella Vanoni. La versione integrale e restaurata del film fu presentata solo nel 2002 (trent’anni dopo l’uscita del film) al Torino Film Festival, tra gli scroscianti applausi degli appassionati che affollavano le sale (fu proiettato più volte). A causa del tono critico contro la Chiesa, il film ebbe una distribuzione limitata in Europa, e mai proiettato negli Stati Uniti.

Curiosità. Il film prende spunto da un vero fatto di cronaca verificatosi nel 1971 a Bitonto (Ba) dove nel quartiere dei “truscianti” (la cui traduzione potrebbe essere semplificata in “straccioni” - nome derivato dal fatto che nella zona vi era insediata una comunità di zingari) furono uccisi alcuni bambini. Fulci inizialmente intendeva ambientare la storia a Torino. Lo sfondo della storia avrebbe dovuto essere un quartiere dormitorio del capoluogo piemontese abitato quasi esclusivamente da emigranti meridionali, un triste coacervo di violenza, superstizione e difficoltà di integrazione. Questa idea è stata ripresa nel 2011 da Daniele Gaglianone con “Ruggine” che a sua volta si ispirava al romanzo di S. Massaron. Non si sevizia un paperino è il primo film prodotto dalla Medusa, che sino ad allora era solo casa di distribuzione. Girato in gran parte in provincia di Foggia, stroncato dalla critica dell’epoca, Non si sevizia un paperino incassò al botteghino la rispettabilissima cifra di 1 miliardo e 125 milioni di lire. Imperdibile.

Fabrizio Luperto

 

 

NON SI SEVIZIA UN PAPERINO
(Ita 1972)

Regia: Lucio Fulci
Cast: Florinda Bolkan (Maciara), Tomas Milian (Andrea Martelli, giornalista), Barbara Bouchet (Patrizia), Marc Porel (Don Alberto, prete), George Wilson (Zio francesco), Irene Papas (Amalia, mamma del prete), Ugo D’Alessio (Maresciallo Carabinieri)
Soggetto: Lucio Fulci - Roberto Gianviti
Sceneggiatura: Gianfranco Clerici - Roberto Gianviti
Montaggio: Ornella Micheli
Fotografia: Sergio D'Offizi
Musica: Riz Ortolani
Costumi: Marisa Crimi
Produzione: Medusa
Distribuzione: Medusa
Visto censura: 61046 del 22-09-1972