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Ecomafie nel Salento: allarme e cattiva coscienza

dicembre 13, 2013 da redazione

Le recenti dichiarazioni dei pentiti hanno risvegliano l’attenzione nei confronti degli affari illeciti dietro lo smaltimento dei rifiuti. Un “sistema Italia” distratto ha permesso alla mafia di investire i capitali illegali nell’economia “sana”. E il Salento non fa eccezione

La paura che ci abbiano avvelenato la terra ci ha fatto “ri-scoprire” la forza delle mafie anche in Puglia e nel Salento in particolare. Anzi, ormai sembriamo quasi passati dalla rimozione del fenomeno alla psicosi collettiva. Il quadro che si è delineato in queste settimane parte per le dichiarazioni di un pentito della Camorra, il casalese Carmine Schiavone, fatte davanti alla Commissione Antimafia nel 1997 e recentemente “de-secretate” dalla Presidenza della Camera dei Deputati; passa da quelle del pentito supersanese della Sacra Corona Unita, Silvano Galati, che aveva indicato la zona intorno a Casarano come un vero “cimitero di veleni”; e si sviluppa lungo le recenti prese di posizione delle Procure di Lecce, Brindisi e Taranto che hanno ridimensionato la portata di quelle dichiarazioni.

Ma il fenomeno, per chi avesse avuto occhi per vedere, non è nuovo né oscuro: lo testimoniano le inchieste della Direzione Distrettuale Antimafia guidata da Cataldo Motta, del magistrato Valeria Mignone ma anche le inchieste giornalistiche di Marilù Mastrogiovanni su “Il Tacco d’Italia”. Un esempio è l’inchiesta sui fusti di PCB (policlorobifenile, un rifiuto tra i più pericolosi) gettati abusivamente nelle campagne del sud Salento tra Casarano, Presicce, Supersano, Ruffano, Ugento. Oppure la scoperta che ad Ugento, nella discarica Burgesi, quei fusti arrivavano legalmente dalla Sea Marconi di Torino - grazie alla falsificazione dei certificati di accompagnamento operata da funzionari compiacenti – per il tramite di trasportatori legati al locale Clan Scarlino che, si è scoperto, gestiva la discarica stessa, mediante la società Monteco. Anche sulla morte di Peppino Basile, consigliere comunale di Ugento ucciso nel 2008, c’è l’ombra della gestione dei rifiuti tossici nel Salento, soprattutto da quando nel 2010 è stato scagionato dall’accusa di omicidio il giovane Vittorio Colitti junior. Uno scenario “consueto” di gestione criminale, questa volta applicato allo smaltimento di rifiuti pericolosi, e più o meno sempre lo stesso: ricerca di ingenti guadagni, connivenze od omissioni tra controllori pubblici e imprese private, indifferenza del territorio.

A fronte di una preoccupazione collettiva che coinvolge cittadinanza, esponenti politici e che si è affermata nel dibattito pubblico, in questi giorni dalle Procure territoriali e dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce è venuto un segnale di ridimensionamento della portata delle affermazioni di Schiavone, della loro attendibilità e contemporaneamente un segnale di attenzione che nel tempo si è concentrata sul fenomeno, proprio attraverso le inchieste citate. È di pochi giorni fa la notizia dell’apertura da parte della Procura di Lecce di un fascicolo di indagine contro ignoti con l’ipotesi di reato di traffico di rifiuti. «E’ un accertamento che svolgiamo per assicurare maggiore tranquillità alla gente», conferma il procuratore Cataldo Motta. Da questi fatti, però, emerge la necessità di ampliare lo sguardo e rompere quel meccanismo di rimozione collettiva che ci ha impedito di prendere consapevolezza della pervasività del controllo del territorio da parte delle mafie, della SCU e di altri gruppi criminali. La catena di connivenze, di omissioni di controllo, di riciclaggio di denaro in attività economiche apparentemente legali non riguarda solo la gestione dei rifiuti. E non riguarda solo attori “esterni” venuti da fuori a turbare il nostro “piccolo mondo antico”. Riguarda tutti noi molto da vicino.

Le mafie pugliesi hanno la faccia della SCU nel Salento, della malavita barese e foggiana che nell’ultimo anno ha lasciato sul terreno decine di morti. E hanno la faccia del riciclaggio di capitali sporchi nelle attività economiche legali (turismo e intrattenimento, per esempio) da un lato; dei traffici illeciti di ogni genere, dall’altro. E soprattutto hanno le facce indifferenti di tanti pugliesi che ancora si sorprendono, in un meccanismo di rimozione collettiva molto pericoloso. Nella Relazione della Direzione Nazionale Antimafia del 2012 si pone l’attenzione sulla SCU e, riportando l’elemento della presenza “sotterranea” di questa organizzazione criminale nella gestione del territorio e negli affari, si sottolinea come la crisi economica le stia fornendo un’opportunità formidabile di legittimazione sociale: «La perdurante crisi economica ha in qualche modo contribuito ad enfatizzare il ruolo della criminalità organizzata e ad aprirle nuovi spazi di intervento, in particolare con la disponibilità di alcuni creditori a ricorrere ad ambienti della criminalità organizzata locale per il recupero del proprio credito dovuto da debitori morosi, con la ovvia consapevolezza del metodo mafioso, intimidatorio e violento cui il debitore sarebbe stato sottoposto».

Agli atti di intimidazione violenta (70 nel 2012 secondo la Relazione, uno anche a San Cesario) si contrappongono servizi come quello citato nella Relazione che portano l’allarmante corollario de «l’accettazione e la condivisione di logiche criminali e mafiose, la conseguente legittimazione per i clan mafiosi, un abbassamento della soglia di legalità e, nella sostanza, il riconoscimento di un loro ruolo nel regolare i rapporti nella società civile».

Ma c’è un altro aspetto inquietante nel quadro delineato dalla Relazione: l’ambivalenza delle organizzazioni criminali. Da un lato ci sono le estorsioni, il traffico di stupefacenti, il gioco d’azzardo, l’usura, le truffe alle assicurazioni, le intimidazioni e le uccisioni; dall’altro c’è la necessità per la SCU di coinvolgere nel reinvestimento dei capitali illeciti persone formalmente esterne all’associazione, non affiliate con i rituali pittoreschi proprio perché funzionali all’ingresso nell’economia legale: imprenditori, professionisti, funzionari di banca, funzionari comunali. Persone normali, persone perbene, persone che fanno il proprio lavoro, girandosi magari dall’altra parte al momento opportuno.

Questo è il vero punto: le mafie non si combattono solo con le operazioni di polizia, con la repressione giudiziaria, con eroi solitari e destinati a fare una brutta fine. Le mafie si combattono nella vita di tutti i giorni, nella trasparenza dell’amministrazione pubblica e degli appalti, nella corretta gestione del credito da parte delle banche e nel controllo sulle operazioni sospette di riciclaggio anche da parte di notai, avvocati e commercialisti. Ma le mafie si combattono soprattutto attraverso la diffusione dell’informazione, la conoscenza, la capacità di svilirne il dominio mediante l’emersione nel dibattito pubblico.

 

Giuseppe Nobile
giuseppe@alambicco.com